Trilogia di Gormeghast

 

TITO DI GORMENGHAST
Mervyn Peake
Prima edizione 1946
Edizione del 2005
Adelphi Edizioni
Numero pagine 552

GORMENGHAST
Mervyn Peake
Prima edizione 1950
Edizione del 2005
Adelphi Edizioni
Numero pagine 594

VIA DA GORMENGHAST
Mervyn Peake
Prima edizione 1959
Edizione del 2009
Adelphi Edizioni
Numero pagine 329

C’è l’epico R. J. J. Tolkien, c’è il favoloso C. S. Lewis e infine il tetragono Mervyn Peake.
I primi due erano amici e legati da un profondo sodalizio, il terzo sinceramente non lo so. Ma Lewis ebbe a dire un giorno che Peake creò un nuovo genere letterario. Sia come sia, tutti e tre rappresentano degli archetipi letterari molto precisi che fiorirono nell’Inghilterra del XX sec. .

 

Se dovessi immaginare un loro incontro in un classico pub inglese, davanti ad un camino acceso, una pinta di birra e il fumo aromatico delle pipe, Peake, senza dubbio, lascerebbe di stucco i suoi commensali con il racconto di Tito, settantasettesimo Conte di Gormenghast.
Il suo modo di scrivere, la scelta delle parole, l’andamento della narrazione, sono talmente titanici che prendono forza da soli e letteralmente costruiscono il mondo descritto nelle pagine.
Solitamente quando una persona legge un romanzo avviene che dentro di sé immagini le situazioni e i luoghi dei personaggi che essi vivono nella loro storia; se leggi “Gormeghast” questo avviene da solo. Tu leggi e man mano che procedi il mondo si costruisce intorno a te fino al punto che tu stesso ti ritrovi lì. Non è lo slogan di una nota banca, è il mistero di questo libro!
Ogni parola è un mattone, una pietra o una tegola.
Quando hai letto Gormenghast puoi dire di esserci stato realmente e, se sei fortunato, di averne fatto pure ritorno.
Ecco dunque come si presenta la casa di Tito quando arrivi: “ Gormenghast, ovvero l’agglomerato centrale della costruzione originaria, avrebbe esibito, preso in sé una certa qual massiccia corposità architettonica, se fosse stato possibile ignorare il nugolo di abitazioni miserande che pullulavano lungo il circuito esterno delle mura inerpicandosi su per il pendio, semi addossate le une alle altre, fino alle bicocche più interne che, trattenute dal terrapieno del castello, si puntellavano alle grandi mura aderendovi come patelle a uno scoglio. Questa fredda intimità con la mole incombente della fortezza era concessa alle abitazioni da leggi antichissime. Sui tetti irregolari cadeva, col variare delle stagioni, l’ombra dei contrafforti smangiati dal tempo, delle torrette smozzicate o eccelse e, enorme fra tutte, l’ombra del Torrione delle Selci che, pezzato qua e là di edera nera, sorgeva  dai pugni di pietrame nocchiuto come un dito mutilato puntando come una bestemmia verso il cielo. Di notte, i gufi ne facevano una gola sonante; di giorno, la sua ombra nera si allungava muta”.
Arriviamo a Gormenghast e Tito è appena nato. Sembra una buona notizia, tutti sono lieti della nascita.
Si esulta e si approntano i preparativi per celebrare il lieto evento. Tuttavia c’è un qualche cosa di indefinibile e impalpabile in quell’evento che aleggia nell’aria come una presenza sempre più mastodontica e opprimente che turba l’andamento della vita quotidiana di quel mondo.
Il padre di Tito, Conte Sepulcrio de’ Lamenti (Groan in inglese), è talmente assorbito dal suo officio quotidiano – rituali secolari che si succedono di giorno in giorno nella fortezza – che non saprebbe neanche lui definire quello che prova. Lisca, il fedele maggiordomo del conte Sepulcrio esclama : “Un autentico de’ Lamenti di sesso maschile. E’ una sfida al Cambiamento! Non si cambia, Stoccafisso! Non si deve cambiare nulla!”.
Per leggere la trilogia di Gormenghast, o meglio, andare lì nel castello, serve un cuore grande e una fiducia incrollabile; solo così potrete esplorare l’immane immensità dei suoi dedali senza smarrirvi.  E’ talmente grande che gli stessi abitanti del luogo ignorano interi luoghi abbandonati da tempo immemore dalle generazioni precedenti.
Soggiornando nel castello assieme ai suoi strani abitanti potremo vedere Tito crescere ed imparare “l’alfabeto di pietra” della sua casa avita. Ombra tra le ombre assisteremo sgomenti all’avanzare implacabile di Ferraguzzo che, con il sostegno della sua fame di odio e di di potere, fuggirà dalle cucine, regno incontrastato di Sugna, per arrivare sino ai vertici di Gormenghast.
Amici d’avventura! Un avvertimento! Non lasciatevi trarre in inganno dai nomi che appena sentiti potrebbero pure strapparvi un sorriso; qui tutto ha un peso e una fondamentale importanza.
Prendiamo per esempio Keda, la giovane balia di Tito.  Appena le viene affidata la cura del nuovo conte : “ una calma la riempì, quasi salisse dal centro stesso del suo essere, e il latte del suo corpo e i tesori del suo amore frustrato sgorgarono a soccorrere la creaturina affidata alle sue cure” .
Nel greco antico il verbo kèdo ha la radice indoeuropea in ked e principalmente ha due significati: affliggere e prendersi cura.
Quasi sicuramente mi sbaglierò, non sono un grecista, ma questo rimando di ked in keda e il suo ruolo di affanno e prendersi cura del piccolo sono quanto mai sospetti!
Tito ha sette anni. I suoi confini sono quelli di Gormenghast. Ne sugge le ombre come latte; lo svezza, per così dire, il garbuglio dei rituali: alle sue orecchie si offrono echi, agli occhi un labirinto di pietra: eppure ha dell’altro in corpo – ben altro che un lascito  d’ombra.  Perché prima di tutto, e pur sempre, è un bambino”.

Avrete già intuito che, oltre ai personaggi principali che animano la storia, la protagonista incontrastata è Gormenghast stessa, con i suoi rituali e l’ombra puzzolente di muffa che tutto ammorba. Da ogni parte che ti giri ti imbatti sempre e solo in essa.
Tito, crescendo, si troverà a doversi misurare con questo monolite e con tutte le minacce che provengono dai suoi recessi più profondi e neri. Per affrontarli dovrà fare affidamento solo sul suo sangue: “ Per questi accessi di senso Tito non deve nulla ai suoi antenati, ma alle moltitudini irresponsabili, legione dopo legione, della fanciullezza del mondo”.
Qui non c’è Gandalf che lo incoraggia o la formidabile spada di Aragorn. Il nuovo Conte ha a disposizione solo il suo cuore e un po’ di disperazione che parafrasando Petrarca : lo sprona in un tempo et affrena, assecura et spaventa, arde et agghiaccia, gradisce et sdegna, a sé lo chiama et scaccia, or lo tene in speranza et or in pena…

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