“Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere” di Danilo Zolo

 

Sulla paura
Fragilità, aggressività, potere

Danilo Zolo
Edizione Feltrinelli – I campi del sapere
ottobre 2011 – pagine 125
15€

Una stupefacente riflessione antropologica, filosofica e politica sulla paura. Quando è nata? Che rapporto ha con l’aggressività? Qual è il suo governo? Nel mondo globalizzato, quale il suo rapporto col potere? Danilo Zolo prova a rispondere a questi interrogativi chiamando a sé le teorie di alcuni tra i maggiori pensatori della storia i quali, ciascuno dal proprio punto di vista, hanno affrontato il problema. Attraverso le parole di Immanuel Kant, Thomas Hobbes, Arnold Ghelen, Albert Camus e Norberto Bobbio, l’autore vuole mostrarci la pericolosità della paura quale efficace strategia oppressiva e repressiva a disposizione del potere politico.

Se è vero che ogni momento è buono per leggere, sembra esserci per ciascuno di noi un momento “più giusto” degli altri per leggere un “certo” libro. Le ragioni di questa magica coincidenza risiedono nella contingenza di fenomeni che non è certo questa la sede di affrontare, ma quando abbiamo tra le mani un libro ci rendiamo conto, sin dalle prime pagine, se sia o meno il momento di leggerlo. Così è accaduto a me con Danilo Zolo. l-incubo-di-johann-heinrich-fussli_zoomSulla paura è rimasto sul mio comodino per mesi,  poi, solo pochi giorni fa, particolarmente delusa e pessimista nei confronti del mondo che ci circonda, ho capito che il fatidico “momento giusto” era arrivato.

Pur sentendomi un granello di sabbia in balia del vento, continuerò a sfidare il destino e a lottare in extremis contro l’universo sconfinato della follia umana“. Danilo Zolo usa le parole di Norberto Bobbio per descrivere il suo stato emotivo, quello di un pessimismo attivo, un pessimismo della non rassegnazione e della solidarietà, della non complicità con le menzogne del potere e della religione. Questo lo spirito che attraversa tutto il saggio, suddiviso in quattro densi capitoli che costruiscono il discorso dell’autore attorno alla paura, in un crescendo di pathos e di attualità.

L’uomo, “monstrum del mondo animale” per dirla con Arnold Ghelen, è condannato dalle sue stesse carenze ad essere il vivente più fragile, instabile ed apprensivo. Disancorato infatti da qualsiasi ambiente, è il solo ad essere “aperto al mondo”, ma anche il più esposto ai rischi mortali. Al contrario degli animali, l’uomo ha la percezione dei rischi in cui si imbatte sentendosi (ed essendolo) inadatto organicamente ad affrontarli. Così, egli, pur dotato dell’intelligenza e della ragione non ha peli a sufficienza, non ha canini adeguatamente lunghi e vive una “primavera extrauterina” senza essere in grado di parlare né di stare eretto appena nato. Le “deficienze” umane lo costringono a dotarsi, grazie all’intelletto, di protesi materiali ed ideali per poter sopravvivere e “stare al mondo”. Tra di esse le istituzioni politiche, senza le quali, ricorda Thomas Hobbes nel De Cive, ci sarebbe il “bellum omnius contra omnes“. E da qui la nascita del Leviatano, il potere sovrano a tutela dell’ordine pubblico, prototipo dello Stato moderno e fautore di una regolazione della paura attraverso la diffusione della paura stessa. Le lungimiranti intuizioni di Thomas Hobbes, condivise da Guglielmo Ferrero rischiano di essere di una sorprendente e atroce attualità nel mondo moderno e globalizzato, dove il potere usa spregiudicatamente la paura per governare il popolo ed ottenere consensi elettorali.

Con la globalizzazione ed il predominio dell’economia di mercato – ci ricorda Zolo – abbiamo assistito ad una divaricazione sempre più profonda tra il povero debole ed oppresso ed il ricco, potente e forte. Un gap destinato a crescere con l’incalzare della crisi economica figlia di una infida speculazione finanziaria e causa di disoccupazione, precarietà e frammentazione. E così la morte fa meno paura della precarietà per il contadino delle favelas (o per l’imprenditore connazionale) che preferisce il suicidio, ad una vita di stenti.urlo

Il tessuto sociale collettivo è esasperato e messo alla gogna da un potere mondiale che sfrutta l’insicurezza generalizzata per traslare semanticamente le paure, in nome di una spregiudicata strategia politica. La paura si fa sempre più personale e si lega a fenomeni sapientemente diffusi fino alla drammatizazzione, grazie alla complicità dei mass media. Il nemico che fa paura è lo straniero, l’immigrato che ruba, violenta ed assassina. L’enfatizzazione di fenomeni di criminalità urbana servono al potere – dice Zolo – per nasconderne degli altri – come la corruzione, il falso in bilancio, il peculato – fino a farli cadere nell’ombra dell’oblio.
Ma la “macchina della paura” non si arresta e produce odio e terrore mettendo gli uomini gli uni contro gli altri, diffondendo un profondo senso di islamofobia, ad esempio, senza chiedersi il perchè di certi gesti, ma alimentandoli come in una profezia autoavverantesi. Le potenze globali sembrano aver dimenticato che si arriva al sacrificio estremo nel nome di una comune civiltà, quando si perde la fiducia nella giustizia e che il terrorista, altro non è, se non un terrorizzato dalla paura. Allora chi sono i barbari a cui allude Tzvetan Todorov ne “La peur des Barbares“, noi o loro?

“Il pessimismo è inevitabile, conclude l’autore, ma è la condizione per avere comunque il coraggio di continuare a vivere una vita che, alle volte – citando Albert Camus - ha l’amaro sapore di un’eroica inutilità“.

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