Frammenti di un discorso amoroso: quando l’arte (ri)legge l’arte, parlando d’arte

Frammenti di un discorso amoroso
a cura di Maddalena Rinaldi
Centro Luigi Di Sarro
via Paolo Emilio, 28 Roma
13 giugno | 6 luglio 2013

con: Alba Kia, Alessandra Baldoni, Alessia Demarco, Alessio Paolone, Andrea Natale, Elena Rondini, Monticelli&Pagone, Serena Scionti, Sergio Baldassini, Yo Akao

Quando l’arte (ri)legge l’arte, parlando d’arte

Volge ormai al termine la mostra “Frammenti di un discorso amoroso” che tanto in questi mesi ha fatto parlare di sé sul web, ma anche tra i visitatori che ne hanno seguito le vicissitudini e gli sviluppi dall’annuncio sui media ad aprile, alla presentazione il 24 maggio nelle aule de La Sapienza e fin dopo lo straordinario vernissage che ha portato nelle eleganti sale del Centro Luigi Di Sarro a Prati ben oltre 100 persone. Una mostra che ha raggiunto senza dubbio l’ambizioso successo sperato, tra il pubblico che ha continuato a visitare la mostra durante tutta la sua durata (cosa assai rara nel cicuito delle gallerie d’arte della Capitale) e anche tra la critica che ne ha parlato ampiamente, tessendo le lodi di artisti e curatore con una decina di recensioni.

Ma per capire le ragioni di tanto clamore, anche questa volta è necessario scovare in quel lavoro sotteso che c’è dietro ogni mostra che si rispetti: il lavoro di un curatore, prezioso e silente.

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Alessio Paolone, Cuore, 2013

Sono 10 e ciascuna a sé stante, diverse per tecniche artistiche e ricerche estetiche, frutto di un lavoro e di uno studio approfondito e mai scontato che non evita di manifestarsi in ciascuna di esse. Sono firmate da 10 artisti, ciascuno con una provenienza geografica ed un portato culturale proprio, deciso e coerente. Sono le dieci interpretazioni dell’opera di Barthes esposte in una collettiva fino al 6 luglio a centro Luigi Di Sarro a Roma.

Una contaminazione tra generi, che aspira ad una nuova ed originale rilettura del più famoso discorso amoroso di ogni tempo, quello a frammenti. Ed è a quei frammenti di un glossario dalla molteplice possiilità di lettura che rende onore l’allestimento della mostra, voluto dalla curatrice con il preciso intento di rispettare la volontà dell’autore. Una mostra dunque che lascia allo spettatore la possibilità di sceglierne il percorso, di seguirne le dinamiche e di passare da un’installazione ad un video, ad una foto, ad un dipinto. Il tutto con una straordianria coerenza e semplicità di lettura.

Dal progetto al vernissage è trascorso circa un anno di lavoro, per la curatrice che ha selezionato gli artisti, le idee, i bozzetti e poi le opere e per ciascuno degli autori che con passione e devozioni si sono dedicati a Barthes ed ai suoi frammenti.

Alessandra Bladoni, Un tempo per noi, 2009

Alessandra Bladoni, Un tempo per noi, 2009

Straordinario è stato l’effetto di senso da questo nuovo discorso amoroso generato da uno spettatore che incredulo sulle prime si è lasciato trascinare in un crescendo di coinvolgimento cognitivo ed anche pragmatico da un’opera all’altra.

Impossibile restar indifferenti di fronte alla maestosa installazione fotografica di Alessandra Baldoni, Un tempo per noi, dove la sua narrazione per immagini ha invaso la stanza e rapito lo sguardo dello spettatore attraverso una irresistibile saturazione cromatica. “Come un diario segreto di una passione non-vissuta fino a consumarsi lentamente, Un tempo per noi è un’opera fotografica struggente e penetrante al tempo stesso – scrive la curatrice – Passi, sussurri, parole frantumano lo spazio, tesi a raccontare di un amore perfetto, in un tempo sbagliato. Pungente e delicata – spiega ancora nel testo Maddalena Rinaldi – l’opera di Alessandra Baldoni trascina in una narrazione sublime, fino a far arrossire chi la guarda, ricostruendo parte di quelle vicende che l’innamorato attraversa, spinto dal desiderio amoroso. Un desiderio da se stesso negato”. Incalzante la citazione de Gli Amanti “velati” di Magritte, nei due innamorati di cui il volto è coperto da un fazzoletto rosso.

Monticelli E Pagone, fragments sur l'herbe, 2013

Monticelli e Pagone, Fragments sur l’herbe, 2013

 Ma le citazioni alla storia dell’arte, così come alla poesia ed alla filosofia non sono mancate anche nelle altre opere. Seguendo infatti l’esempio del semiologo francese, gli artisti hanno scelto di restare fedeli all’autore del libro inscenando, a volte dei veri dialoghi tra personaggi del passato. Come nel caso di Monticelli&Pagone dove il “Languor d’amore di Barthes” è solo lo spunto per offrire allo spettatore un parodistico ed insolito dialogo tra Saffo (citata nel libro), Manet (con le Déjeuner sur l’herbe) ed Ovidio (e la sua Ars Amatoria. Strizzando l’occhio al pittore francese che diede i natali all’arte moderna con un’opera rifiutata, contestata ed ancora non completamente compresa dalla critica, Fragments sur l’herbe del duo abruzzese, dal sapore Paoliniano, ha sorpreso il pubblico piacevolmente, invitandolo a ragionare su quell’aspetto meno pudico e più malizioso che attiene all’amore.

Deludendo lo spettatore che sperava di trovare esposte le rappresentazioni canoniche dell’amore, Frammenti di un discorso amoroso non è certo una mostra scontata, stando alle opere esposte. Grande merito agli artisti che sono riusciti ad evitare lo spettro della retorice e della banalità affrontando un tema simile, come quello di una passione amorosa non corrisposta. Tema spesso molto distante dalle loro ricerche artistiche e per questo compito ancora più arduo da affrontare.

Su tutti spicca in questo senso il lavoro di Sergio Baldassini, da anni impegnato con performance, azioni e provocazioni a denunciare le storture del sistema dell’arte contemporanea e non solo.  Eppure Barthes gli ha offerto un nuovo spunto per far progredire la sua ricerca I Want You e declinarla in una nuova suggestiva forma, Presentami.Mostrami chi devo desiderare – Induzione. L’essere amato è desiderato perché un altro o degli altri hanno segnalato al soggetto che esso è desiderabile: per quanto speciale esso sia, il desiderio amoroso viene scoperto per induzione. La cultura di massa è una macchina che indica quali sono le cose da desiderare: questo è ciò che deve interessarti, dice, come se intuisse che gli uomini sono incapaci di trovare da soli chi devono desiderare”. Concentrando l’attenzione su uno dei capitoli dell’opera letteraria, l’induzione, Sergio Baldassini realizza un’installazione coerente con il suo modo di operare (mail art, provocazione, denuncia, interazione) ma anche straordinariamente pertinente con il progetto, tanto da acquistarsi la simpatia di ogni spettatore.

Sergio Baldassini, I WANT YOU - Presentami, 2013

Sergio Baldassini, I WANT YOU – Presentami, 2013

La sua sorprendente aderenza alla realtà dei fatti, in arte contemporanea, ma non solo, rende il suo lavoro di grande attualità, senza venir meno a quella resa estetica d’impatto che definisce il suo lavoro anche bello, oltre che naturalmente interessante. Quelle riviste lasciate lì per essere sfogliate dallo spettatore aiutano nella comprensione di un’opera che scavalca i limiti della provocazione ed assurge a denuncia corale e condivisa di un sistema che non funziona, superando l’impasse della critica tout-court nella proposta, velata, di una possibilità di cambiamento, a cui allude con un’autoritratto dallo sguardo celato dal nero, quello stesso nero ad inchiostro che usa per cancellare in un crescendo, fino alla sparizione, ogni possibilità di pubblicità previo pagamento. Alludendo forse a Malevič ed al suo Quadrato nero su fondo nero, o forse no, e strizzando l’occhio ad Isgrò ed alle sue scritte cancellate, anche la sua opera guarda al presente senza dimenticare il passato e la storia dell’arte.

 

L’incursione, allusiva, dichiarata o provocatoria nelle arti è il fil rouge che soggiace all’esposizione che si ritrova anche nel cortometraggio di Andrea Natale, In Itinere, giocato tra l’onirico ed il reale, ma anche nel quadro di Alba Kia, punto di partenza del video, Rifleπiamo ammalia per al sua sublime ed elegante resa estetica, ma anche per l’ipnotico effetto a cui induce: il pensare. Il quadro non si limita però ad essere guardato e chiede allo spettatore di essere toccato, sfogliandone un cineografo al suo interno per immergersi con maggiore pathos nell’ipnotica ripetizione di immagini riflesse.

 

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Elena Rondini, Occasio preaceps, 2012 (particolare)

Anche il coinvolgimento dello spettatore, se nell’installazione di Sergio Baldassini è consigliata ed in quella di Alba Kia è vista come possibile, è con la scultura prensile di Alessio Paolone che diventa estremamente necessario. Solo quando lo spettatore avrà il coraggio di prendere il (suo) Cuore in mano, allora si avrà l’opera. La co-autorialità  della scultura di Alessio Paolone costringe ad una doppia riflessione lo spettatore che spesso, stizzito, si presta al gioco messo in atto dall’artista. Stesso straniamento sulle prime genera la maestosa scultura di Elena Rondini, Occasio preaceps, opera interessante nella sostanza e straordianria della forma, che ha colpito positivamente e senza eccezioni tutti i visitatori. Realizzata dall’artista interamente in terraccotta invetriata. Bella, insolita e profonda la partita a scacchi, metafora del vivere, di Elena Rondini finisce con una sconfitta senza via d’uscita, dove nessuno ha la possibilità di vincere, a causa di un’improvvisa catastrofe. Ma l’opera allude al contempo all’amore ed alla morte, alla preziosità delle cose che amiamo, senza retorica o abbellimenti superflui, schietta ed incisiva. Nella stessa stanza le fotografie di Serena Scionti che si offrono ad una lettura senza mediazioni e diretta accompagnata da una scelta nell’allestimento volutamente non artificiosa e per questo coerente con l’immagine. Lei, la malinconia dell’innamorato è tra le letture più originali della collettiva, che non delude le aspettative che Roland Barthes ripone in una sua altra opera (La camera chiara) poichè l’effetto dirompente dell’immagine risiede prorio in quel “punctum” dello scatto tanto caro al semiologo francese: lo sguardo del cavallo.

Yo Akao, tra devenire ed ontos, 2013

Yo Akao, Tra devĕnire e òntos, 2013

Opera dopo opera lo spettatore si trova di fronte ad una rilettura complessiva del lavoro di Barthes, quasi come fosse una sovra-interpretazione corale di un discorso fatto necessariamente per frammenti. E se nelle pagine del libro è l’innamorato che parla e che dice… anche nello spazio la voce di quell’innamorato non corrisposto si fa presente e pressante, prendendo per mano lo spettatore e coinvolgendolo in un viaggio irreale, dove l’onirico fa da padrone. Il sogno e le sue immagini surreali fanno sa sfondo a molte delle letture proposte dagli artisti, come quella di Alessia Demarco, che interpreta nel suo quadro ad olio, L’Attesa dell’innamorato, letteralmente l’omonimo capitolo del libro, offrendosi come possibile introduzione a tutte le altre opere esposte, ma il sogno, o meglio il risveglio da un sogno è il punto di partenza di Yo Akao che con la sua opera, Tra devĕnire e òntos, scavalca i limiti spaziali della mera scultura facendo una suggestiva ed abile quanto complessa incursione nella filosofia, nella storia, nella religione, attraverso un accurato studio iconografico che non dimentica di citare il suo vissuto autobiografico. Un tonno enorme scoplito nel marmo trafitto da un ago a cui è attacata una flebo, rimanda il visitatore immediatamente in una stanza di ospedale dove il male (psicologico, fisico, sociale), da cui ciascuno individuo vorrebbe liberarsi è costantemente ed ossessivamente ricordato dallo scorre del tempo, scandito da quella flebo (o clessidra) fonte di ogni trasformazione morale e materiale. E’ chiara nel suo caso l’allusione alle sue origini nipponiche, così come è esplicito l’inteto di offrire una stratificazione semantica e cocettuale del suo lavoro, aperto a letture graduali dovute ad una precisa e progressiva accumulazione di senso e significati sottesi alla sua grande bellezza manifesta.

E se le intenzioni della curatrice erano quelle dichiarate nel suo testo di presentazione: All’interno di quella tensione proposta tra interpretazione e sovrainterpretazione, la mostra stessa si pone dunque come una possibile strate­gia interpretativa con l’intento di offrire riletture e trasposizioni visive di un’opera ampiamente studiata, ma ancora oggi foriera di aperture verso nuove prospettive, oggi, a pochi giorni dalla chiusura, ci sentiamo autorizzati a dire che l’obiettivo è stato decisamente raggiunto.

 

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