A Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto due grandi progetti Golgota di Thomas Lange e ATOLLO

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Date/Time
Date(s) - 14/12/2013 - 16/01/2014
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Location
Centro storico Spoleto

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Sabato 14 dicembre a Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto si sono inaugurati due grandi progetti: Golgota di Thomas Lange, realizzata in collaborazione con Museum am Dom di Würzburg, a cura di Davide Sarchioni e Gianluca Marziani, in esclusiva, anche due interventi site-specific presso la Chiesa SS. Giovanni e Paolo e la Casa Romana e l’altro ATOLLO, viaggio espositivo con sette artisti italiani delle ultime generazioni e cioè Stefano Abbiati “Condominio”, Teresa Emanuele “Variazioni”, Mauro Maugliani “Ego Te Absolvo”, Silvia Morani “Paradise Lost”, Francesco Paretti “Artesign” e Nicola Pucci “Full Circle” Le mostre proseguiranno fino al 16 Marzo 2014.

1072375_10201953914903121_388364838_oLANGE, GOLGOTA

Thomas Lange (Berlino, 1957) è un artista tedesco appartenente alla generazione dei “Giovani Selvaggi”, emersa tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta dalla scena underground di Berlino Ovest, ancora la “città del muro”, rivendicando una pittura di esasperazioni gestuali e immediatezza cromatica, spinta ai limiti di un’esecuzione veloce e trasandata, come reazione alle sollecitazioni del clima storico, politico e culturale dell’epoca. Dal 1990 Lange stabilisce il suo atelier in Umbria e s’interessa ai repertori iconografici della storia artistica, inesauribile fonte d’ispirazione per la sua pittura esplosiva, seguendo un complesso percorso evolutivo che riflette sul significato delle immagini e sull’atto del dipingere in relazione al tempo. Nel suo lavoro si misura con passato, presente e futuro per elaborare nuove ipotesi su origine e destinazione dell’Uomo, così da ricongiungersi al presente e alla sua traduzione in immagini. Di recente Lange si è dedicato all’analisi del simbolo della croce, al suo peso culturale e alle sue valenze formali. E’ nato così il progetto GOLGOTA, ispirato alle narrazioni dei Vangeli e all’iconografia della Crocifissione di Gesù sul monte omonimo. Il tema della croce è stato affrontato attraverso quadri, sculture e oggetti, come emblema della sofferenza umana, della tortura, del martirio, ma anche della speranza per una vittoria della vita sulla morte, che allude alla salvezza e redenzione. In ogni lavoro Lange analizza tali significati attualizzandoli al proprio vissuto, alla cronaca sociale e alla cultura odierna, agendo per stratificazioni di memorie, così da riportare in luce quel messaggio universale che dal passato giunge al presente. Per Palazzo Collicola Arti Visive l’artista ha realizzato una grande installazione in dialogo con l’opera di Sten&Lex, rifacendosi a un’estetica del caos contemporaneo e della frammentarietà, in una commistione di linguaggi e sollecitazioni dove gruppi di opere, fra croci e sculture in ceramica e terracotta dipinta, sono state disposte coerentemente al fluire dei percorsi, producendo relazioni e traslazioni di significato. Il risultato è un’immagine di drammatica suggestione scenografica, nella continua dialettica tra cruda verità e attraente bellezza. Ad essa si collega il dittico “Ultima Spiaggia”, rappresentazione in chiave attuale degli episodi biblici “La Cacciata dal Paradiso” e “La tentazione”, qui ispirati a fotografie di una spiaggia per nudisti; e poi l’imponente infilata di 12 dipinti inediti denominati “Apostoli”, disposti in successione orizzontale nella Galleria. L’intervento nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo dialoga con gli affreschi datati tra il XII e il XVI secolo. Si tratta di una pala d’altare concepita come trittico, composta da tre lavori inediti della serie “Hommage a Rainer” e collocati nella zona absidale dalla quale discendono, come fiumi in piena, lunghe sindoni dipinte che ricreano un suggestivo caos cromatico. Presso la Casa Romana l’artista ha disposto diverse sculture in ceramica denominate “Bagnanti”: un riferimento all’arte classica ma ricolorate e abbigliate con stravaganti elementi come ombrelli, parrucche e tubi di scarico. Ad esse rispondono “Il letto di Euridice” e croci di ogni genere e dimensione che, spuntando in una sorta di allucinazione spaziale, mettono a confronto la cultura pagana con la simbologia cristiana. È come se Lange, sperimentando diverse soluzioni installative, volesse rintracciare nella messa in scena del Golgota, fra feticci e velleità, la verità del vivere umano, quel senso profondo dell’esistenza, fra sofferenza e redenzione. La mostra è accompagnata da un ampio catalogo, “Golgota”, a cura di Davide Sarchioni e edito da Jürgen Lenssen, Museum am Dom, Würzburg. Il volume ripercorre le tappe del progetto, con testi (tedesco/italiano) di Andrea B. Del Guercio, Francesca Fiorentini, Thomas Lange, Jürgen Lenssen, Gianluca Marziani, Hermann Neubert, Davide Sarchioni.

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STEFANO ABBIATI/CONDOMINIO

Quadri in forma di cubo, opere come finestre 20×20, aperture seriali su un ideale meta-condominio che lascia scoprire la vita “domestica” dei suoi abitanti speciali. Abbiati ha raccolto immagini legate al divertimento, ai concorsi di bellezza, alla realtà dei cosplayer, ai party in piscina… le ha poi trasformate e metabolizzate nei modi processuali che lo contraddistinguono, agendo per passaggi connessi, secondo metodi di stratificazione che decretano la tensione organica dei soggetti, la biologia interna delle scene, dove tutto sembra in lenta consumazione come cellule verso il loro destino. Legno, tempera, plexiglas dipinto ma anche elementi in cartapesta per alimentare una figurazione tra memoria e aspettativa, evanescenza e impronta profonda. Abbiati conferma a Spoleto le raffinatezze concettuali del suo voyeurismo pittorico, un viaggio di modulazioni sensibili dei toni cromatici e dei temi intrapresi, sul limbo metodico tra carne e spirito, materia e codice teorico. Un percorso che indaga memorie pubbliche e private, abitudini popolari e idolatrie, su quel bilico articolato tra echi letterari e impianto filosofico. Gianluca Marziani: “L’arte di Abbiati sta crescendo a una velocità biologica che ricorda i processi chimici, quel loro mescolarsi indefesso e accelerato che elabora risultati prevedibili e al contempo inaspettati. Disegno e colore si fondono in una matrice mineralizzata, simile alla morbidezza gelatinosa del vetro in lavorazione. La forma che noi vediamo, per capirci, è il risultato del processo interiore, lo specchio di una progressione tra stadi della materia e passaggi del pensiero teorico.”  Luca Beatrice: “L’immagine, non rispettando il fine mimetico, non è più un luogo di rivelazioni, ma d’identificazioni fantastiche che evocano o rilasciano significati altri. Il rappresentabile è solo il medium per veicolare risonanze e dissonanze con la propria memoria storica.” Alberto Mugnaini: “Dietro ai dipinti c’è un’apertura culturale che lo porta a spaziare dai miti classici alle idolatrie contemporanee, e che gli concede l’agio di isolare e sviluppare motivi e iconografie che mettono a nudo una vulnerabilità originaria dell’individuo, soggetto e depositario di un pathos le cui radici affondano in una dimensione immemoriale. Il suo è un incedere nei territori del grottesco, su una scena tragicomica calata in uno stato di regressione esistenziale, in un clima di degenerazione in cui si solidificano fantasmi dell’inconscio e affiorano lineamenti dispersi e confusi negli annuari della storia dell’arte.” Courtesy Romberg Contemporanea www.stefanoabbiati.it

TERESA EMANUELE/VARIAZIONI

La rielaborazione incessante della “bellezza”… quasi un mantra che ricorre davanti alla ricerca fotografica di Teresa Emanuele, davanti ai suoi cicli sul paesaggio naturale e artificiale. Una visione in cerca del sublime spontaneo, dell’estasi in equilibrio, della forma come apparizione tra evanescenza e impatto solido. Il mondo narrato riguarda i nostri paesaggi, i luoghi dell’anima che desideriamo ma anche gli spazi del quotidiano che la vita ci assegna. Un progetto sul nodo ideale tra scienza e fantascienza, sul limbo che divide e avvicina le due dimensioni: il pragmatismo concreto da una parte, la visionarietà dall’altra. Emanuele sta nel punto mediano, sul crinale in cui la scienza ha bisogno d’istinto e la fantascienza chiede ragione e razionalità. La sua fotografia attraversa quel limbo con attitudine mercuriale, liquidamente plasmabile attorno alle cose, come un abito che si adagia in modo morbido, lasciando la sensazione accesa della materia ma anche del suo spirito aleggiante. Il titolo della mostra, VARIAZIONI, raccoglie in un termine il senso fatale di questo limbo, di una natura da registrare nelle sue variabili, nei suoi bagliori e trasparenze, nel buio modulare, negli esiti imprevisti che la luce provoca.  Teresa Emanuele ha una predilezione per il bianco e nero, la via cromatica che meglio racconta le variazioni minime di un’atmosfera, un cambio climatico, una zona d’ombra, una fibrillazione delle foglie o delle nuvole. Anche la profondità di campo si esalta in un bianco e nero che in realtà è l’universo dei grigi, delle scale complesse, delle molte anime dentro uno stesso corpo di luce.
La mostra di Palazzo Collicola presenta una selezione di trasparenze digitali e il cosiddetto “shadow-box”, dove la luce artificiale scorre nel quadro per aumentare il carico luministico delle atmosfere narrate.
Anche le tecniche di stampa confermano il pittoricismo dell’artista, passando dalla grafica d’arte alla camera oscura, dalla stampa contemporanea alle sperimentazioni cinetiche (la proiezione delle ombre di stampe su plexiglas). La Natura che scopriamo è una danza tessile, un telaio germinativo che distribuisce filamenti e intrecci. L’occhio attento rivela un fragile equilibrio, colto nel puro istante del dialogo silenzioso, nel flusso prospettico che lancia lo sguardo verso un punto di fuga, come se la gravità del paesaggio fosse un circuito dinamico e incessante. Si sente il movimento bloccato, lo scatto metodico di una fotografia sempre più gassosa, così malleabile da tirar fuori la pelle pittorica del paesaggio. La potenza della natura che si adagia per un singolo istante, come una tempesta di William Turner, un mare di Hiroshi Sugimoto, un nero di Ad Reinhardt…  www.teresaemanuele.com

MAURO MAUGLIANI/EGO TE ABSOLVO

La mostra di Mauro Maugliani parte dal teatro di guerra, dal punto conflittuale, da un quadro controverso su cui si è parlato e scritto a profusione negli ultimi mesi. Ci riferiamo alla tela – IN GOD WE TRUST – che raffigura una donna in abito talare, vandalizzata da cinque sconosciuti nella galleria romana che la stava esponendo (Galleria L’Opera, mostra “Trialogo”). Oggi quel quadro diventa il muscolo cardiaco della personale spoletina: un viso femminile “ricucito” da un segno rosso che voleva ferire la simbologia iconoclasta e invece ne ha sottolineato la forza energetica, la detonazione iconografica, il potere di creare turbamento attraverso una diversità. Presentiamo la tela senza alcun restauro, mostrandone il processo biologico, la vita esogena dopo la vita elaborativa, il rilascio dei suoi flussi in termini socioculturali. Gianluca Marziani: “Sottolinerei la forza impavida che la pittura ancora sostiene. La fermezza metafisica dell’immagine dipinta non ha terminato il suo ciclo biologico, al contrario evidenzia una specie di assolutezza congenita e paradigmatica. La pittura come motore del sublime, del fantastico allegorico, della metafora profonda… l’opera di Maugliani parte dal realismo per giungere nel cuore della metafora epocale. Una maschera shakesperiana che non scivola nella provocazione; il viso come azione pura davanti al dubbio, un attraversamento dell’ovvio a favore del plausibile.” IN GOD WE TRUST ha assunto il valore di testimonianza del flusso storico, un ideale muro urbano che ha registrato la cronaca attraverso la nettezza di quel segno. Colpisce, in particolare, il timore reale che il quadro ha evocato: guardate il segno rosso e capirete che un certo ordine guidava la mano del vandalo, come se volesse seguire il profilo del volto, non uscire dal perimetro dello sguardo femminile, profanando il messaggio ma non la “sacralità” del valore artistico, dell’intensità emotiva, del realismo prospettico di un primo piano interrogativo. Essere guardati in quel modo da un’immagine implica una sfida, volente o meno si viene coinvolti nei sentimenti dietro il realismo: e finché sarà così significherà vita per l’arte e la sua profezia, le sue domande, la sua veggenza. EGO TE ABSOLVO è il titolo della mostra, deciso molto tempo prima dell’azione vandalica. Era difficile trovare una frase migliore per celebrare la sacralità della pittura e il suo disporsi generoso davanti al pubblico: protezione zero, corpo che si spoglia in piena coscienza, senza nascondimenti e anestetici. I ritratti nudi ribadiscono l’essenza della pittura come codice arcaico e attuale. Nessun filtro davanti a ciò che mostra il ciclo carnale, la consunzione e l’attitudine, la verità di pura pelle. E’ la vita con la sua crudezza, il suo tremore, la sua estasi. Courtesy Galleria L’Opera e Romberg Contemporanea. www.mauglianiart.com

SILVIA MORANI/PARADISE LOST

La cultura video include molteplici esperienze “derivative”, legate ad ambiti linguistici che confluiscono nell’arte visiva attraverso la struttura e la filosofia del progetto filmico. In particolare, sono gli ambiti del Fashion Film a raccogliere alcune tra le più interessanti visionarietà odierne, regalando alla Moda una cognizione oltre l’essenza dell’abito, proiettando il vestire su un piano interpretativo e concettuale, dove gli stessi abiti possono scomparire a favore di spazi, corpi, geometrie, atmosfere, azioni, posture… E’ il fashion film che interroga l’interrogativo: per capire l’umano prima dell’artificiale, per svelare le idee prima delle azioni, per afferrare gli istinti attraverso l’analisi della ragione. PARADISE LOST è un doppio video al cui centro troviamo Adamo ed Eva, due adolescenti in stallo, bloccati nell’eterno desiderio, vittima e carnefice che mescolano i ruoli della loro partita terrena. Le immagini sono costruite con radici geometriche e risultati matematici, affinché la visione euclidea diventi spunto riflessivo sulla sofferenza, sui codici morali della cultura religiosa, sulle gabbie invisibili che ognuno si costruisce addosso. Quei corpi atletici si muovono dentro geometrie compresse, in una danza scenica tra vuoti astrali e pressioni barocche. Corpi attoriali di luce muscolare, scie solari tra condizione solida e gassosa, un eterno transito in avanti e indietro, il continuo presente che si aggancia alla sicurezza geometrica (la forma solida, il quadrato della sicurezza, della razionalità, del campo chiuso che protegge) e cerca orientamento tra gli orizzonti instabili del buio (la forma liquida in cui il movimento fisico somiglia a scie gassose che galleggiano in avanti). 2manycurators/Andrea Polichetti: «Analizzandoli individualmente vediamo come Adamo il primo uomo porti sulle spalle il peso della realtà euclidea, facendosi carico della stabilità del quadrato, della sua forza regolare. Il primo mattone che costituisce il mondo intero, che viene inscritto però nel cerchio divino, la perfezione tanto agognata dall’uomo contemporaneo eternamente immerso nella ricerca, uno stato di movimento tanto reiterato da diventare statico. Adamo ne è consapevole, si aggrappa a queste geometrie ne è stupidamente fiero, sfida la forza di gravità pur di stare li eretto fiero e sconfitto da quello che ha davanti, la sua Eva, così per la quale ha perso il paradiso condannando se stesso alla sofferenza autoimposta, intrecciando un cilicio con le sue mancate qualità di maschio, incapace di prendere una decisione che sia buona per lui, diventando completamente maschio assoggettato com’è alla sua donna.›› www.silviamorani.com

FRANCESCO PARETTI/ARTESIGN

Partire dalla ricerca di un designer, dai suoi prototipi e dagli oggetti finora prodotti in ambito industriale. Ragionare, attraverso il design, sulla forma scultorea, sullo spazio che la inquadra, sui legami contestuali che gli oggetti ricreano. Seguire lo spostamento da una funzione all’altra, scovando le molteplici nature di una forma autografa nello spazio abitabile. La mostra di Francesco Paretti evidenzia questi passaggi dentro le sale di Palazzo Collicola. Un percorso per un principio finalizzabile: cercare le connessioni tra Arte, Architettura e Design.Paretti è un designer umbro con una decisa esperienza tra piano teorico e sviluppo pratico. Da tempo indaga molteplici ambiti del design industriale, cercando nuove soluzioni da applicare agli oggetti di lunga tradizione, plasmabili sulle ragioni funzionali del presente. La continuità con diverse aziende umbre dimostra l’attenzione di Paretti al territorio, indagato per segnali antropologici, evoluzioni socioculturali, impatto ambientale e progresso a misura d’uomo. Dal 1995 Paretti si occupa di design del prodotto (dal concept alla progettazione e successiva industrializzazione), di marketing e marketing strategico, spaziando tra molteplici ambiti (arredamento per interni ed esterni, prodotti per il bagno, oggetti per la casa e la tavola, illuminazione, elettronica consumer, trasportation, abbigliamento e accessori per lo sport). Le sale del museo verranno “ridisegnate” attraverso alcuni oggetti in produzione: la libreria Farnia, la lampada Bach, i tavolinetti Wiki, i bicchieri Botero, la Cioccolatiera, la lampada Slamplanet, i vasi Tubes, il portacandele Notte, il Cubolibro, le poltrone Inòndo… ogni oggetto verrà allestito secondo un cortocircuito interno, diventando un frammento poetico che legherà la propria forma alla natura e ai diversi aspetti del paesaggio reale. Un esempio: la libreria Farnia, archetipo di un albero in cartone stratificato, verrà installata assieme ad un prato finto e una proliferazione di foglie e rami in plastica, portando la dialettica tra naturale e artificiale, verità e finzione, ciclo e riciclo… Le sale del museo saranno trasformate in un ambiente abitativo dai connotati scultorei. Oggetti come attivatori dinamici del pensiero, volumi vitruviani che si prestano alla misura olistica dell’ambiente connettivo. Paretti ha immaginato i suoi prodotti come membrane interattive dentro una stessa rete di scambio. L’installazione assume le ragioni evoluzionistiche del bosco in cui convivono specie animali, diversità botaniche, cicli stagionali, criticità climatiche e interventi umani. Uno spazio che rompe la logica abitativa e inserisce una calibrata attinenza germinativa, dove ogni oggetto genera sviluppi e significati ulteriori, dove una posizione non è mai l’unica possibile, dove la funzione d’origine lancia soluzioni eventuali. Il design si trasforma in un segno, una connessione Il design indaga le evoluzioni oltre la sua funzione Il disegno verso l’arte. Il design verso l’arte.  Il segno dell’arte nel disegno del design. www.parettidesign.com

VINCENZO PENNACCHI/PRESENZE/INSIDE ME/IGLOO

Continua il processo elaborativo dell’artista negli ambienti di Palazzo Collicola. Da tre anni, in una limonaia ottocentesca che abbiamo chiamato Oasi Collicola, Pennacchi sta ragionando sull’archetipo della Domus, declinato nel tempo per sottrazioni, aggiunte e modifiche, secondo un progress mai definitivo che sta amplificando la biologia molecolare dell’opera. La Domus rappresenta un intervento “sartoriale” dentro le dimensioni da hortus conclusus del luogo. Non è la prima domus abitabile dell’artista ma sicuramente la più matura per sinestesia e armonia. Un oggetto prismatico e polimorfo, tra la pittura dinamica e la scultura installativa, funzionale e al contempo metafisico, asciutto nel suo disporsi tra strati di memorie e azioni. La mostra odierna si divide in tre distinti progetti che convivono come parti di un’orchestrazione omogenea, rafforzando quel tema sinestetico in cui la pittura si estende sugli spazi abitabili, la scultura ingloba gli altri linguaggi, le materie vive si amalgamano al colore e viceversa. PRESENZE è un’installazione popolata da figure cui manca idealmente la parola. Corpi che calamitano il movimento dello spettatore dentro le trame polimorfe delle opere, dando alla figura un’intensità plastica che alza il volume emotivo e partecipativo. INSIDE ME è un’installazione di elementi pittorici, usati dall’artista in maniera bifacciale, così da richiamare l’uso delle pareti specchianti che già decostruiscono la domus nel cortile del museo e che ritroviamo, secondo soluzioni ad hoc, nella planimetria dell’igloo. Il visitatore potrà entrare fisicamente nell’opera, diventando un raccordo concreto tra i progetti esposti. IGLOO riparte da Mario Merz per dare alla citazione il carattere di un codice evolutivo, nello stesso modo in cui materiali e forme evolvono l’opera di Pennacchi verso un suo meta-spaziotempo. La domus cresce tramite fogli di carta da pacchi e si contamina con le tele di grandi dimensioni, generando circuiti virtuosi, nuovi processi architettonici, nuovi timbri sensoriali. Pennacchi costruisce elementi nello spazio per creare un circuito di opere dialoganti. Al contempo, chiede allo spazio di intraprendere una relazione intima con l’opera stessa, di partecipare alla relazione tra vuoti e pieni, ribaltando ogni certezza nel suo contrario, risolvendo i vuoti con la partecipazione e i pieni con la loro continua germinazione. Un circuito olistico in cui non esiste differenza tra il totale e i frammenti che lo compongono. Un ciclo biologico della creazione in cui l’opera metabolizza l’esterno per disegnare la sintesi della complessità. Gianluca Marziani: “…architettura biologica del vivente…”. www.vincenzopennacchi.it

NICOLA PUCCI/FULL CIRCLE

Così l’artista parla della sua pittura: “Osservo i comportamenti, m’interessano le cause che generano effetti, soprattutto sugli esseri viventi. Dall’osservazione scaturisce una nuova interpretazione della realtà in cui il possibile e l’improbabile si mischiano. Il movimento diventa elemento essenziale, focalizzato nel suo durante, ed è un moto senza compimento, un accadere senza succedere, pura sospensione di un gesto…”Le parole di Nicola Pucci evocano un processo biologico che parte dallo sguardo e attraversa l’esperienza quotidiana. Un circuito molecolare tra entropia e forza centrifuga dei corpi, una sorta di moto perpetuo che racchiude l’approccio pittorico e la sua continuità progettuale. E’ questa una precisa condizione focale dello sguardo ricevente (il modo in cui l’artista osserva il reale) e dell’immagine risultante (l’opera che vediamo), una taratura ottica che crea il timbro di personalità e collega assieme l’idea, l’approccio formale e il contenuto necessario (con i suoi molteplici rilasci di significato). Le immagini di riferimento sono disegni dell’artista o fotografie di doppia provenienza, alcune prelevate dal web, altre realizzate direttamente da Pucci. Il disegno permette appunti impulsivi, mentre le associazioni di foto prevedono un approccio più lento e razionale. Il risultato parla di verosimiglianza ma non di semplice realismo, è come se l’artista avesse inventato una propria lente Zeiss e un proprio codice luministico, un’atmosfera che amalgama i corpi pittorici, le loro contorsioni plastiche, gli scatti sinuosi, le posture anomale. Senti che circola quel moto centrifugo e gravitazionale, un’energia invisibile che teatralizza le scene e alza il livello del quotidiano, secondo accenni onirici che non sono mai puro sogno ma neanche piena aderenza al vero. Tra viaggio mentale e realtà, tra stranezza e plausibile, tra artificio e provocazione muscolare… sempre tra due dimensioni che si relazionano e ricreano qualcosa di inevitabile e al contempo inclassificabile, nel canone inverso della realtà “altra”.Pucci: “Pittoricamente amo la verosimiglianza della realtà, mi accanisco su quel dettaglio, cerco di dargli la terza dimensione rispetto al resto. Poi il lavoro si sviluppa strato su strato con decine di velature e pennellate più o meno materiche. Cerco di farmi guidare dalle linee delle immagini, a quel punto vorrei che tutto diventasse sospeso, che il tratto preciso e definito lasciasse il posto al gesto emozionale…”. www.nicolapucci.it

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